Vorrei svegliarmi ogni mattina nel letto con una di voi, con cui abbiamo deciso di vivere insieme in questa grande casa, dove sia normale incontrarsi nei piccoli vuoti quotidiani, in cui prenderci cura, scoprirci, amarci.
E non è importante se la sera prima ci siamo prese cura anche dei nostri corpi nudi, se abbiamo dormito abbracciate tutta la notte o se semplicemente il tuo respiro ha guidato i miei momenti insonni di nuovo verso i sogni.
Vorrei alzarmi e avere il tempo di preparare la colazione per tutte, o trovarla ogni tanto già preparata, in un’abbondanza di tempo sottratto al lavoro.
Vorrei comunque ogni tanto andare a scuola, un po’ più tardi di adesso, e poter chiedere alle ragazze “che cosa vogliamo fare oggi?” e star loro vicina come posso, un piccolo desiderio alla volta.
Vorrei avere il tempo di vedere con calma le amiche che non vivono con noi, ma con cui è possibile comunque costruire una quotidianità, prendermi cura anche di loro per come me lo lasciano fare, e lasciarle prendersi cura di me, per come possono.
Vorrei vederle in uno dei mille terzi luoghi del quartiere, gestiti disordinatamente, in cui si sperimentano cucine, botteghe, officine, laboratori, ludoteche, salotti e silenzi. Senza dover rientrare di un soldo, ché le spese le paga il comune.
Oppure invitarle nella grande casa caotica dove viviamo, nella cucina dove c’è sempre qualcuno, nelle camere che non hanno più occupanti precise, nel soggiorno in cui i cuscini del divano sono diventati kaleidoscopi cercando di prendere la forma di ognuna che li ha vissuti, nello studio dove disegni a metà e testi incompleti si intrecciano su tavoli, pareti e cassetti, con le foto e i ricordi che ci ha lasciato ogni persona di passaggio.
Vorrei non dovermi preoccupare di una visita medica o del dentista, e avere l’ambulatorio a due passi da casa, come tutto il resto che serve.
Vorrei che le carceri e le questure, le comunità in cui nascondere la malattia mentale, i funzionamenti atipici, fossero irraggiungibili, perché inesistenti, come tutto quello che non serve.
Vorrei passare i pomeriggi con le bambine che abitano la nostra casa (figlie mie, se madre è un ruolo di cura e non di generazione) per parchi, boschi, musei, a imbrattarci di vernice e terra o a inventare mille storie.
Vorrei camminare con loro per strade alberate, coi ciottoli sotto i piedi a volte nudi, coi muri colorati dai murales, e col rumore di una bicicletta cigolante e di un uccellino sperso a sostituire quello monotono delle auto.
Vorrei tanti teatri gratis, e tante biblioteche, e musei, e cinema, e mostre.
Vorrei che il lavoro, quello pagato perché essenziale a noi, prendesse giusto un po’ di tempo nella nostra vita, per fare quello che serve e non troppo di più, perché forse è vero che l’arte non può essere un mestiere per restare tale, ma allora ci serve il tempo per coltivarla senza doverci preoccupare delle bollette.
Vorrei che il lavoro, quello inutile e dannoso che serve solo al capitale per riprodursi, non esistesse più.
Vorrei che il lavoro, quello faticoso e usurante, adesso lo facessero le macchine.
Vorrei che ogni nuovo incontro fosse vissuto a cuore aperto, con l’ingenuità e la curiosità di chi non si può precludere nulla, di chi vuole lasciarsi colpire dagli incastri unici che si possono creare tra due mondi.
Vorrei che amare fosse una cosa semplice, che ci concedessimo di permeare le nostre vite, di inseguire la bellezza.
Vorrei che una relazione affettiva non ne escludesse altre, che fossimo abbastanza tranquille da non temere la fragilità e l’abbandono, ma che provassimo a vivere l’amore come una pianta infestante, capace di moltiplicarsi dove c’è, invece che una risorsa scarsa di cui essere gelose.
Vorrei che il corpo con cui nasci non ti assegnasse dei ruoli, non proiettasse su di te delle aspettative, che lasciasse aperta ogni maschera per la tua vita.
(Vorrei a essere sincera un mondo unisex, che il dimorfismo sessuale e la riproduzione sessuata continuano a non convincermi, troppo facile ogni volta dividerci di nuovo in due.)
Vorrei poter non avere paura del futuro, fidarmi che tanto una soluzione si troverà, perché abitiamo tutte la stessa Terra, perché abbiamo imparato che non si può stare bene a discapito di chi abbiamo intorno.
Vorrei poter andare a dormire con una di voi affianco, sapendo che quando ci sveglieremo domani, un vorrei per quanto piccolo sarà diventato realtà.