Io a Genova avevo quasi cinque anni. E non c’ero.
Zio era in servizio come vigile del fuoco e disse a zia di non portarci.
Aveva ragione…
Io a Genova avevo quasi cinque anni e non c’ero.
Ora, i più giovani di voi si staranno chiedendo: in che senso Genova è un quando? Genova è sempre lì. Genova è un luogo.
Per molti di noi, per chi c’era e per chi è stato cresciuto da chi c’era, Genova è un momento preciso.
Fine luglio, anno 2001, il G8 (sì G8 non G7).
Carlo Giuliani ucciso in piazza Alimonda, manifestanti pestati tra il Bisagno e il mare, Bolzaneto.
In questo senso io a Genova non c’ero, perché poi a Genova-luogo ci sono stata tante altre volte.
A Genova lo slogan delle contromanifestazioni era “Another world is possible”, un altro mondo è possibile.
Ci si credeva ancora all’epoca che le cose potessero cambiare. E i documenti prodotti in quegli anni sono ancora attuali.
Allora cosa è successo in questi 25 anni, perché sembra avolte che non sia successo niente.
Una cosa è sicuramente successa: la scena indie.
Un movimento culturale negli anni successivi che ascoltava musica e vedeva film non in base al genere ma ai modelli di produzione, che vestiva no logo, che raccoglieva un disagio crescente, che rifuggiva alle definizioni.
E poi è finita, siamo andati in pensione, ci siamo ritirati a vita privata o in tane a forma di centro sociale, e le definizioni hanno occupato il campo in quella che Klein in No Logo appunto, IL libro degli anni di Genova, definiva politica dell’identità.
Una politica fatta raccogliendosi intorno a identità ben definite: i movimenti L G B T, possibilmente ognuno per la sua strada, il clima, il sindacato.
Ognuno con il suo piccolo campo di azione per poi parlare di intersezionalità, che è una di quelle parole che significa una cosa e il suo esatto contrario.
L’intersezionalità delle lotte era l’idea che ogni differente linea di oppressione (la classe, la razza, il genere, …) aggiunge complessità nell’esperienza di ognuna, e che quindi fosse necessario sviluppare una proposta politica che fosse universale abbastanza da tenere dentro tutti gli oppressi, indipendentemente dalla loro identità particolare.
Col tempo però questa idea è evoluta in una giustapposizione delle lotte per non invisibilizzarne nessuna, rinunciando a una sintesi che sia universale e potenzialmente egemonica.
E così ognuna dovrebbe impegnarsi in mille cause, una per ogni aspetto di sé, in un turbinio di impegni e assemblee che porta inevitabilmente al burn-out.
Sarebbe bello trovare un luogo dove far convergere tutte le lotte, trovare una proposta unificante, una direzione da seguire, una grande casa che accolga tutti.
Questo luogo c’era, era il partito, con le sue assemblee, la linea e la dottrina, le case del popolo, il sindacato e l’ARCI, l’idea che solo mettendosi insieme nonostante alcune differenze si possa rendere il sogno realtà.
Poi il partito ha smesso di sognare, e un po’ alla volta è morto, e il sindacato non sta bene.
Abbiamo assistito progressivamente a uno spostamento dall’utopia al realismo, fino a non avere più un sogno da inseguire, un orizzonte ideale verso cui indirizzare la nostra azione, che si è frammentata.
Potremmo scrivere un intero pezzo sulla morte del desiderio, sicuramente è stato un lungo logorio, dall’amnistia Togliatti, al golpe in Cile, alla fine del PCI.
Diventa però inevitabile chiedersi dove ritrovarlo quell’orizzonte, come reinventarlo.
Possiamo tornare a quei giorni di Genova e cercare di ascoltare quale era quell’altro mondo possibile.
Era un mondo mosso da un sincero internazionalismo, dalla consapevolezza che non ci si salva da soli. E in un mondo così interconnesso o si salva tutto il mondo, con politiche internazionali di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro e un livellamento verso l’alto dei salari, o si affonda tutti, schiacciati da un manipolo di oligarchi e società in grado di sostituirsi agli stati.
Pensare globale, agire locale, si diceva all’epoca.
E il locale ha sempre più la dimensione della comunità.
Gli anni ‘70 ci hanno regalato la consapevolezza dell’unicità di ognuna, che non si può più pensare a ideologie massificanti, che propongano un unico modello da seguire.
Da questa consapevolezza se ne può uscire a destra, con un individualismo sfrenato che erge ciascuno a misura del tutto, oppure a sinistra, immaginandosi parte di una rete, di un insieme di punti di vista diversi che dialogano e si ascoltano per creare un nuovo tessuto della realtà che accolga tutte.
L’immagine spesso usata è quella dei rizomi e del micelio dei funghi
È difficile isolare il singolo individuo in una popolazione di funghi, i corpi fruttiferi che vediamo sono solo il terminale di una rete sotterranea di ife che si connettono, si uniscono e condividono organuli e funzioni.
Nessun fungo è davvero da solo.
E questa rete di connessioni si estende di persona in persona, ignorando i confini tracciati dagli uomini, in una rete di interrelazioni che unisce tutte le persone del globo, i loro destini, i loro salari.
Questa rinnovata consapevolezza di un bisogno di comunità che dia spazio a ognuna corre però il rischio di svuotarsi di propulsione verso il futuro, di cristallizzarsi in un presente di cura senza prospettive.
C’è uno spettro canuto che si aggirava per l’Europa, il sogno socialista di un futuro utopico di uguaglianza e ozio, di benessere collettivo e diffuso.
Uno spettro ancora carico di futuro ma ormai povero di presente.
La sfida che abbiamo davanti credo sia questa, unire il presente della cura al futuro del sogno, un presente rizomatico a un futuro socialista.
Abbiamo un meme per questa cosa, un ritornello che a qualcuno suonerà familiare: Fully Automated Luxury Gay Space Communism.
Un Comunismo Lussurioso, Queer e Spaziale della Piena Automazione.
Comunismo perché l’obiettivo rimane lo stesso: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ognuno secondo le sue capacità.
Lussurioso perché dobbiamo scrollarci di dosso un certo pauperismo che ha sempre avvolto le proposte socialiste: rinunciare all’inutile non significa immediatamente costringersi all’essenziale. Le tecniche e le forze di produzione attuali permetterebbero a tutti uno stile di vita benestante, sebbene austero.
Queer nella perdita di identità normative, nella riconquista della liminalità come spazio abitabile, nelle decisioni particolari.
Spaziale perché l’unico limite è il desiderio, il sogno, di una società che supera i suoi limiti.
E la Piena Automazione, che forse non sarà mai davvero piena, ma deve ricordarci che le macchine ci servono per liberarci dei lavori più spiacevoli, per ridurre l’orario di lavoro e la fatica, non per creare disoccupazione e nuovi profitti.
E questo meme dobbiamo rielaborarlo, raccontarlo, trasformarlo, friggerlo.
C’è stato un periodo in cui i meme si combinavano e trasformavano come veri e propri geni, strati e strati di significato, layer che si sovrapponevano e si trasformavano per piccole e grandi mutazioni grafiche e semantiche.
Friggevano come friggeva l’immaginazione che ci stava dietro.
Immaginazione che oggi forse prende la forma del Capibara, roditore di 40 chili che vive placido nelle steppe e nelle foreste del sud America, passando le giornate a mangiare erbe e nuotare, in una vita apparentemente senza doveri o fatiche.
Come sogna il nostro meme.
Ma allora se abbiamo un sogno perché non riusciamo a condividerlo, a diffonderlo, a renderlo comune.
Perché non siamo potenti, letteralmente, non abbiamo la possibilità di potere, non abbiamo i mezzi, non abbiamo capitali: mediatico attraverso il controllo dei mezzi di informazione, sociale attraverso la conoscenza e i contatti con altri potenti, e soprattutto economico attraverso la possibilità di cambiare la struttura e i rapporti di forza nel lavoro e nella produzione.
Ed è poco importante chiedersi come fanno gli economisti se sia la domanda di beni a determinarne l’offerta, il cosa viene prodotto, o il contrario, perché la proprietà delle aziende e la capacità di spesa oggi appartiene alle stesse persone: i potenti.
O per semplicità: i ricchi.
Siamo in un mondo in cui le stesse persone sono in grado di influenzare la cultura, l’informazione, la domanda e l’offerta, in cui gli spazi contro-egemonici, per diffondere cioè un sogno diverso, sono stretti e difficili da percorrere.
Però esistono, esistono nella misura in cui si riesce a diventare massa che condivide un sogno, una persona alla volta, con la serenità di ammettere i propri limiti e le proprie imperfezioni, ma con la rigorosità di cercare di migliorarsi continuamente.
In ognuno di noi convivono oppresso e oppressore, il modo di sentire di chi il potere lo subisce e il modo di pensare che i potenti ci hanno insegnato.
È necessario rendersi conto di questa dinamica e imparare a disimparare ciò che oppressori e potenti hanno seminato in noi, per aprire nuovi spazi di uguaglianza e possibilità.
In questo senso essere rivoluzionari non richiede né violenza né pauperismo, richiede di essere in grado di rimettere in discussione lo status quo del reale, riappropriarsi della propria facoltà di immaginare e renderla un rito collettivo.
Immaginare ciò che nel mondo dovrebbe essere accessibile a tutti imparando a distinguire i diritti universali dai provilegi particolari, senza fustigarsi se si ha già ottenuto ciò che si vorrebbe per tutti, ma anzi, usando la propria condizione per facilitare il miglioramento di quella altrui.
Rimane così un’ultima domanda che ci assilla da più di un secolo e che lascio a voi: Che fare?